Rollo Tommasi

The guy who gets away with it

I filmi di Rollo: “Le Prince du Pacifique”

leprincedupacifique

Le Prince du Pacifique è sicuramente il film che fa per voi se:

  • vi piace la haka degli All Blacks;
  • vi piacciono i filmetti che per quanto siano -etti comunque quel coinvolgimento e quel groppettino in gola ve li lasciano;
  • vi piace quel tipo di comicità tutta francese che, anche nei film più seri, fa capolino con battute, situazioni o espressioni buffe e che, per quanto ridicola, strappa lo stesso una risata.

Il Principe del Pacifico non è un capolavoro, no di certo. Tuttavia mi ha piacevolmente intrattenuto per un’ora e mezza. Pregi: è scorrevole; la storia è interessante e ti lascia il gusto di vedere come va a finire anche quando bene o male ti aspetti determinati sviluppi; le ambientazioni sono luminose e a tratti suggestive, fornendo quel senso di “aria aperta” che cerchi quando Cube è senza dubbio il film che proprio non vuoi vedere. Difetti: a volte, sia nella resa filmica che nell’intreccio, risulta un po’ ingenuo; la storia in fin dei conti – e solo se si hanno pretese eccessive – può risultare “stretta”, incapace di continuare a proliferare nell’immaginario personale (una volta finita, è finita) e lascia di quando in quando un po’ l’impressione di assistere all’allestimento  di un teatrino di posa, piuttosto che ad una storia ambientata in un’isola polinesiana alla fine del 1918.

In sintesi la storia: il capitano francese Alfred De Morsac (Thierry Lhermitte, ricordate lo sciancato de La cena dei cretini?), glorioso soldato che si è fatto le ossa in Marocco, sbarca nell’Isola delle Perle per reclutare fucilieri indigeni. Lì si trova di fronte il comandante Lefèvre (François Berléand, il poliziotto francese dei due Transporter), dotato di qualche rotella fuori posto e fervente schiavista, e la popolazione indigena sottomessa al comandante di cui sopra. Di fronte all’atteggiamento del comandante, De Morsac decide di metterlo agli arresti, ma finisce in gattabuia dove conosce il prigioniero Barnabé, truffaldino a volte scaltro a volte co***one. Il Principe del Pacifico è il giovanissimo Reja, figlio di un sacerdote locale, deceduto combattendo i Francesi, e di Moeata, al secolo Marie Luise, donna francese naturalizzata polinesiana (la sfortunata Marie Trintignant). Il principino ravvede in De Morsac Tefaraora, l’eroe profetizzato da un antico mito come il salvatore dell’Isola delle Perle, su cui incombeva una maledizione, e allo stesso tempo il liberatore dai “cani francesi”. De Morsac dovrà fronteggiare contemporaneamente l’ostilità dei propri compatrioti e la sfida lanciata dall’involontario confronto con l’eroe della profezia.

Voto rollotommasiano: 7/10 per il respiro sognatore ed esotico del film (sempre se ti ci lasci catturare).

Mi si permetta, adesso, un’analisi antropologica da quattro soldi.

Come già sottolineato, la trama del film si impernia intorno a una narrazione mitica: l’eroe del passato tragicamente defunto in seguito ad un suo comportamento scorretto (in questo caso, la non obbedienza alla volontà del dio della guerra) sarebbe tornato sotto altre spoglie per rimediare all’errore commesso e ripristinare l’ordine. Il mito, contrariamente a quanto comunemente pensato, e a prescindere dal suo “settore di pertinenza”, non è una narrazione (solitamente orale) che spiega qualcosa; al contrario, il mito serve a fondare una determinata credenza, uno specifico comportamento o un universo intero. Il fatto che molti miti cosiddetti tradizionali appaiano illogici e/o assurdi (basta pensare anche alla mitologia greca o a certi racconti biblici) non significa che le rispettive società siano costituite da tontoloni: quel tipo di narrazione, infatti dà un senso alle proprie condizioni e forme d’esistenza: i miti fondano le cose che non solo sono come sono, ma devono esser come sono […]; il mito rende accettabile ciò che è necessario accettare (p. es. la mortalità, le malattie, il lavoro, la sottomissione gerarchica, ecc.) e assicura stabilità alle istituzioni; provvede, inoltre, a modelli di comportamento[…]. Il mito, dunque, non spiega, per un bisogno intellettuale, le cose […] ma le fonda, conferendo loro valore ¹.

Dal mito, tra le altre cose, nasce la suddivisione delle cose in ciò che è tabu (cioè proibito de facto, interdetto) e ciò che non lo è: ne Il Principe del Pacifico questo concetto emerge spesso, legato soprattutto ai luoghi in cui la vicenda mitica si è svolta. Tra l’altro, il termine tabu (o tabù, o taboo, o ecc.) è proprio un termine di origine polinesiana.

C’è un’altra cosa, nel film, che ha solleticato la mia irrefrenabile quanto inutile vena antropologica: i personaggi veri e propri del film, del “qui e ora” narrativo, il comandante, il capitano, il piccolo principe, la madre e gli altri, insomma, sono figure assimilabili agli standard che gli storici delle religioni e gli antropologi hanno creato per meglio definire i miti. Mi spiego meglio: nella storia, e ce ne si rende conto sempre di più andando verso la fine, i personaggi non solo compiono azioni che li rendono epigoni di quanto già previsto dalla profezia, ma costituiscono i protagonisti di una vera e propria azione mitica, fondando una nuova realtà ancora da venire e di cui la storia del film getta le basi (mi rendo conto, mentre scrivo, che sto in parte contraddicendo uno dei difetti sopra descritti, quello della “strettezza”).

De Morsac è assimilabile all’eroe culturale: proveniente da una realtà geografica esterna (la Francia) e allo stesso tempo oriunda (quella del mito profetico) introduce con le sue azioni una deviazione della storia che riguarda il presente di oppressione (e che conferma il passato) ma allo stesso tempo riorganizza il futuro della gente dell’Isola delle Perle.

Lefèvre è l’essere supremo: è sì un uomo, ma la pazzia lo avvicina al supernaturale; ha potere di vita e di morte; è umanamente (quasi del tutto) incontrollabile; con il suo inquadramento militare, fornisce le direttive esistenziali ai polinesiani sottomessi. De Morsac costituisce il suo antagonista.

Barnabé è senza dubbio il trickster: i suoi comportamenti antisociali, a volte furbi, altre sciocchi, spesso ridicoli e senz’altro amorali e tesi all’appagamento di bramosie varie, sono spesso fondamentali per lo sviluppo delle vicende.

Marie Louise/Moeata, che non saprei definire con precisione, rappresenta una di quelle figure ambigue (a volte possono essere semianimali, o aver attraversato diverse condizioni esistenziali) che danno il senso della trasformazione delle cose, che forniscono la chiave interpretativa degli stadi che stanno a metà di due diverse condizioni: è francese d’aspetto e di nascita, ma è “nata due volte” e perciò è polinesiana; pur essendo donna, mantiene in sé le caratteristiche maschili e il carisma di leadership in quanto moglie del defuno sacerdote e madre dell’ancora acerbo principe; è il tramite tra il francese De Morsac e il mondo polinesiano in cui questo si trova suo malgrado a fare l’eroe. È il lubrificante senza il quale il mito e la storia non potrebbero svolgersi, è l’aria attraverso cui le parole si trasmettono e da vibrazione di molecole si fanno concetto, è l’interprete che traduce due lingue e permette il dialogo.

Infine, una piccola citazione anche per Ma’i, lo scemo del villaggio: senza dilungarmi ancor più, mi limito a dire che gli calza quasi a pennello il ruolo di contrario o heyoka.

Al momento, dopo cotanta prolissità, mi sento un figo.

Domattina mi considererò senza dubbio un deficiente per il sonno che avrò perso.

Ad ogni modo, adesso, per festeggiare degnamente e mantenere la  sana tradizione del vecchio blog, mi permetto di aggiungere in clausula un pezzettino musicale perlgemmiano: trattasi di Hawai’i ’78, cover dell’omonima canzone di Israel Kamakawiwo’ole eseguita il 2 dicembre 2006 alla Blaisedell Center Arena di Honolulu: click qui e buon ascolto!

¹ Brelich, Angelo, 2003, Introduzione alla Storia delle Religioni, Roma, Edizioni dell’Ateneo (pag. 11; sottolineature mie per rendere il corsivo originale, che questo template trasforma in grassetto rosso).

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